CAMALDOLI – l'Eremo nella foresta

XI sec. d.C.

La località di Camaldoli 1 è un territorio situato sui monti boscosi dell'Appennino Toscano, in provincia di Arezzo. In una data incerta uno o due decenni dopo il Mille vi giunse San Romualdo di Ravenna (952 ca – 1027), quasi al termine della propria esistenza. Era un 'eremita itinerante', riformatore delle regole della vita monastica e fondatore di numerose comunità eremitiche e cenobitiche in varie località dell'Appennino. La caratteristica delle comunità di San Romualdo è proprio quella di ospitare allo stesso tempo l'eremo con il cenobio 2. A Camaldoli l'Eremo si trova all'altezza di circa 1100 metri s.l.m. mentre più in basso a circa 820 m si trova il Monastero, che inizialmente fu Ospizio per l'assistenza ai monaci e ai pellegrini. Dopo essersi insediato nel territorio prescelto e avere istruito cinque monaci per la vita eremitica, Romualdo ripartì per andare a concludere i suoi giorni in un'altra delle sue comunità. Alla morte del Santo, lo stesso anno 1027 i suoi monaci ottennero il terreno in dono dal vescovo di Arezzo. 

L'Eremo di Camaldoli

Consiste (come si vede nella foto) di casette rustiche indipendenti, chiamate Celle, raggruppate al centro di una radura circondata da una fitta foresta di grandi Abeti bianchi, che viene chiamata Corona degli Abeti. Presto le cinque Celle originarie divennero venti, come è ancora oggi. Ciascuna è dotata di un piccolo giardino, detto anche orticello. L'architettura delle casette e del villaggio intero, e la relazione con la foresta circostante, sono aspetti interessanti nella prospettiva delle condizioni della vita contemplativa. Questi aspetti furono sempre attentamente considerati e regolati. La Regola che San Romualdo stabilì per i suoi eremiti, nella cornice della Regola di San Benedetto, venne trasmessa dapprima oralmente, e venne in seguito trascritta, precisata e aggiornata per opera di alcuni dei Priori che si succedettero alla guida della comunità 3. Citando dalla ultima Regola (nella versione in toscano), ecco alcune prescrizioni fondamentali. 

Che "appresso all'Eremo un miglio, né da loro stessi né da altri, non siano edificate habitazioni d'huomini secolari", come è previsto da antichissimi privilegi imperiali.

Che "niuna Cella mai si edifichi congiunta a un'altra Cella, ma ciascuna sia al tutto disgiunta e separata dall'altra, al manco quanto è l'intervallo e spazio dell'orticello che ha ciascuna di loro".

Che gli orti "siano circondati di muro; accioché niuno, quando il Rinchiuso si sta alcuna volta per lo orticello, si possa accostare, né perturbare la di lui solitudine".

C'è qualche prescrizione che può apparire esageratamente rigida.

Che "si racchiuda e si serri l'Eremo intorno intorno ... con un muro conveniente; lasciando uno o due luoghi aperti, con le sue porte. ... Imperoché, se cominceranno a vagare volentieri e andare girando, la Cella comincerà a parer loro un ergastolo, e vilissima prigione". 

L'ambiente della foresta, con il maestoso Abete bianco, è l'aspetto che caratterizza la vita materiale e spirituale della comunità di Camaldoli. L'Abete è autoctono sulle montagne del Casentino, come anche il Faggio e numerose altre specie, ma all'epoca del primo insediamento monastico era in una fase regressiva e si deve all'opera attenta dei monaci se l'Abetina si è conservata e anzi si è estesa. Il primo motivo di interesse verso la natura del luogo era spirituale: la Corona degli Abeti garantiva l'isolamento necessario per la contemplazione. E forniva il materiale per il riscaldamento. Successivamente si aggiunse un motivo economico, legato alla commercializzazione del legname come materiale da costruzione. Ma "Procurino i Padri con diligente cura che per ogni modo si piantino ciascun anno in luoghi opportuni quattro o cinque mila Abeti". Quella parte della Regola che riguarda la gestione della foresta è chiamata il Codice Forestale Camaldolese, anche se non si tratta di una sezione di testo autonoma. Mirabile in quanto testimone così antico di quella che oggi si chiama gestione sostenibile delle risorse naturali.

Il significato dei sette Alberi

Nel Liber Eremiticae Regulae, la seconda delle regole camaldolesi, redatta forse dal Priore Rodolfo II 4, c'è il bellissimo capitolo 49, in cui l'essere umano, con le sue attitudini morali, arriva a identificarsi con un tipo di albero presente nella foresta.

Pianterò, Egli dice, nel deserto, il Cedro e il Biancospino, il Mirto, l'Olivo, l'Abete, l'Olmo e il Bosso.

Se dunque desideri di possedere di questi alberi in abbondanza o se brami di essere tra loro annoverato, tu chiunque sii, studiati di entrare nella quiete della solitudine.

Quivi infatti potrai possedere o diventare tu stesso un Cedro del Libano, che è pianta di frutto nobile, di legno incorruttibile, di odore soave: potrai diventare, cioè, fecondo di opere, insigne per limpidezza di cuore, fragrante per nome e fama; e come Cedro che si innalza sul Libano, fiorire di mirabile letizia.

Potrai essere anche l'utile Biancospino, arbusto salutarmente pungente, atto a far siepi, e varrà per te la parola del profeta "sarai chiamato ricostruttore di mura, restauratore di strade sicure". Con queste spine si cinge la vigna del Signore: "affinché non vendemmi la tua vigna ogni passante e non vi faccia strage il cinghiale del bosco né la devasti l'animale selvatico".

Verdeggerai altresì come Mirto, pianta dalle proprietà sedative e moderanti; farai cioè ogni cosa con modestia e discrezione, senza voler apparire né troppo giusto né troppo arrendevole, così che il bene appaia nel moderato decoro delle cose.

Meriterai pure di essere Olivo, l'albero della pietà e della pace, della gioia e della consolazione. Con l'olio della tua letizia illuminerai il tuo volto e quello del tuo prossimo e con le opere di misericordia consolerai i piangenti di Sion. Così darai frutti soavi e profumati "come olivo verdeggiante nella casa del Signore e come virgulto d'olivo intorno alla sua mensa".

Potrai essere Abete slanciato nell'alto, denso di ombre e turgido di fronde, se mediterai le altissime verità, e contemplerai le cose celesti, se penetrerai, con l'alta cima, nella divina bontà: "sapiente delle cose dell'alto".

E neppure ti sembri vile il diventare Olmo, perché quantunque questo non sia albero nobile per altezza e per frutto, è tuttavia utile per servire di sostegno: non fruttifica, ma sostiene la vite carica di frutti. Adempirai così quanto sta scritto: "Portate gli uni i pesi degli altri e così adempirete la legge di Cristo".

Finalmente non tralasciare di essere Bosso, pianticella che non sale molto in alto ma che non perde il suo verde, così che tu impari a non pretendere d'essere molto sapiente, ma a contenerti nel timore e nell'umiltà e, abbracciato alla terra, mantenerti verde. Dice il profeta: "Non alzate la testa contro il cielo" e Gesù: "chi si umilia sarà esaltato". Nessuno dunque disprezzi o tenga in poco conto i ministeri esteriori e le opere umili, perché per lo più le cose che esteriormente appaiono più modeste, sono interiormente le più preziose.

Tu dunque sarai un Cedro per la nobiltà della tua sincerità e della tua dignità; Biancospino per lo stimolo alla correzione e alla conversione; Mirto per la discreta sobrietà e temperanza; Olivo per la fecondità di opere di letizia, di pace e di misericordia; Abete per elevata meditazione e sapienza; Olmo per le opere di sostegno e pazienza; Bosso perché informato di umiltà e perseveranza. 

1. Campus Malduli, espressione che si ritiene faccia riferimento al nome dell'antico proprietario.

2. Abbiamo già incontrato una simile organizzazione presso la comunità fondata da Cassiodoro a Vivarium.

3. Constitutiones, 1080; Liber eremiticae regulae, periodo 1110-20; nuove Constitutiones, 1279; Eremiticae vitae regula, 1520 (traduzione in toscano, 1575).

4. Tra i Priori di Camaldoli il quarto, il secondo con quel nome dopo il Beato Rodolfo I.

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