L'ozio e la solitudine
Leggiamo ancora qualche passo tratto dagli Essais.
Al lettore. Il prologo rivolto al lettore ci offre un assaggio dello spirito originale, del tutto nuovo per l'epoca, che pervade l'intera opera.
Questo, lettore, è un libro sincero. Ti avverte fin dall'inizio che non mi sono proposto con esso alcun fine, se non domestico e privato. Non ho tenuto in alcuna considerazione né il tuo vantaggio né la mia gloria. Le mie forze non sono sufficienti per un tale proposito. L'ho dedicato alla privata utilità dei miei parenti e amici: affinché dopo avermi perduto (come toccherà loro ben presto) possano ritrovarvi alcuni tratti delle mie qualità e dei miei umori, e con questo mezzo nutrano più intera e viva la conoscenza che hanno avuto di me. Se lo avessi scritto per procacciarmi il favore della gente, mi sarei adornato meglio e mi presenterei con atteggiamento studiato. Voglio che mi si veda qui nel mio modo d'essere semplice, naturale e consueto, senza affettazione né artificio: perché è me stesso che dipingo. Si leggeranno qui i miei difetti presi sul vivo e la mia immagine naturale, per quanto me l'ha permesso il rispetto pubblico. Che se mi fossi trovato tra quei popoli che si dice vivano ancora nella dolce libertà delle primitive leggi della natura, ti assicuro che ben volentieri mi sarei qui dipinto per intero, e tutto nudo. Così, lettore, sono io stesso la materia del mio libro: non c'è ragione che tu spenda il tuo tempo su un argomento tanto frivolo e vano. Addio dunque, da Montaigne, il primo di marzo millecinquecentottanta.
Dell'ozio. In un saggio breve (I,8), che leggiamo quasi per intero, l'autore descrive, con ironia, il significato dell'ozio nella vita dello scrittore e quindi l'origine della sua opera letteraria.
... così avviene per gli spiriti. Se non li
occupiamo con qualche oggetto che li imbrigli e costringa, si
gettano senza regola ora qui ora là, nello sterile campo delle
immaginazioni. ... E non c'è follia né fantasticheria che non
producano in tale agitazione. ... L'anima che non ha uno scopo
stabilito si perde: di fatto, come si dice, essere dappertutto è
non essere in alcun luogo.
"Quisquis ubique habitat, Maxime, nusquam
habitat." 1
Recentemente, quando mi sono ritirato in casa mia, risoluto per quanto potessi a non occuparmi d'altro che di trascorrere in pace e appartato quel po' di vita che mi resta, mi sembrava di non poter fare al mio spirito favore più grande che lasciarlo, nell'ozio più completo, conversare con se stesso e fermarsi e riposarsi in se medesimo. Cosa che speravo potesse ormai fare più facilmente, divenuto col tempo più posato e più maturo. Ma trovo ... che, al contrario, come un cavallo che rompe il freno, si procura cento volte più preoccupazioni da solo di quante se ne faceva per gli altri; e mi genera tante chimere e mostri fantastici gli uni sugli altri, senz'ordine e senza motivo, che per contemplarne a mio agio la balordaggine e la stravaganza ho cominciato a registrarli. Sperando col tempo di farlo vergognare di se stesso.
Della solitudine. Leggiamo infine un estratto molto conciso del saggio sulla solitudine (I,39), i cui giudizi possono essere confrontati con quelli di Petrarca.
... Non che il saggio non possa vivere contento dovunque, e non possa esser solo in mezzo alla folla di un palazzo; ma se deve scegliere, ne fuggirà, egli dice, perfino la vista. ...
Ora, lo scopo, io credo, è sempre uno: vivere più piacevolmente e a proprio agio. Ma non sempre se ne cerca bene la strada. Spesso si pensa di aver abbandonato le preoccupazioni, e le abbiamo soltanto cambiate. ... L'ambizione, la cupidigia, l'irresolutezza, la paura e le concupiscenze non ci abbandonano perché cambiamo contrada ... non basta l'essersi allontanati dalla gente, non basta cambiar luogo, bisogna allontanarsi dalle inclinazioni comuni che esistono in noi ...
È la vera solitudine, della quale si può godere in mezzo alle città e alle corti dei re; ma la si gode più comodamente in disparte. ...
Bisogna riservarsi una retrobottega tutta nostra, del tutto indipendente, nella quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là noi dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi, e tanto privatamente che nessuna conversazione o comunicazione con altri vi trovi luogo; ... Abbiamo un'anima capace di ripiegarsi in se stessa: può farsi compagnia, ha i mezzi per assalire e per difendere, per ricevere e per donare; non dobbiamo temere di marcire d'ozio noioso in questa solitudine. ...
I libri sono piacevoli; ma se per la familiarità con essi perdiamo infine l'allegria e la salute, nostri maggiori beni, abbandoniamoli. ... Quanto a me, non amo che i libri o piacevoli e facili, che mi solleticano, o quelli che mi consolano e mi consigliano a regolare la mia vita e la mia morte ...
I più saggi possono fabbricarsi un riposo tutto spirituale, avendo l'anima forte e vigorosa. Io, che l'ho comune, devo aiutarmi e sostenermi con le comodità del corpo. ... Bisogna trattenere con le unghie e con i denti l'uso dei piaceri della vita, che gli anni ci strappano dalle mani uno dopo l'altro ...
[citando Seneca] "... contentarvi di voi stessi, di non prendere a prestito che da voi, di fissare e rafforzare la vostra anima su pensieri determinati e limitati in cui possa compiacersi. E, avendo compreso quali siano i veri beni, dei quali si gode a misura che si comprendono, accontentarsene, senza desiderare di prolungare né la propria vita né il proprio nome." Ecco il consiglio della vera e schietta filosofia ...
1. Marziale, Epigrammaton,
VII,73.