La vita solitaria

Francesco Petrarca compose il De vita solitaria nel 1346 (in una prima versione). È diviso in due libri.

Il Libro I comincia con il confronto tra una descrizione di una giornata dedita alle occupazioni, cioè agli affari, come diciamo oggi, e una descrizione di una giornata dedita al lavoro intellettuale e prossima a una giornata di vita contemplativa. La vita intellettuale ha decisamente la meglio. Poiché gli affari hanno come luogo la città, sorge per chi cerca la vita intellettuale la necessità di una fuga dalla città, verso luoghi di solitudine.

I luoghi hanno una certa importanza ... ne hanno molta, anche se non tutto, lo ammetto, dipende da essi. [Occorre anche una] tranquilla serenità dell'animo, [ma questa è un dono, che Dio] suole largire più spesso a coloro che si siano ritirati in solitudine. (I,3)

Ecco allora che in queste condizioni diventa possibile la vita dello spirito, della quale Petrarca ci offre una felice rappresentazione.

Mandare indietro la memoria, vagare con il pensiero per tutti i tempi e per tutti i luoghi; aggirarsi qua e là e discorrere con tutti gli uomini illustri di un tempo; ... e, dopo averlo elevato al di sopra di noi, spingere l'animo verso le cose celesti ... Nel frattempo, per non passare sotto silenzio le occupazioni più consuete, dedicarsi alla lettura e allo scrivere, dandosi alternatamente all'una per riposarsi dalle fatiche dell'altro, leggere le opere degli antichi ... e dimostrarci grati e memori del beneficio delle lettere dagli antichi ricevuto. (I,6)

Il Libro II comincia col presentare, a dimostrazione del giudizio formulato nel Libro I, tutta una serie di illustri solitari. Partendo dai Padri della Chiesa, come Antonio, Girolamo, Ambrogio, Agostino, e altri, per risalire ai Patriarchi della Bibbia e ai Profeti, e ridiscendere ai primi Cristiani, alle devote e virtuose matrone romane come Paola e Melania, fino ai Santi monaci del Medioevo, come Benedetto, Romualdo, Francesco, per citare solo i più famosi, e concludere con gli scrittori dell'antichità classica, da Demostene a Seneca a Cicerone. In un passo successivo, in cui si parla dei costumi dei Bramani dell'India e del confronto che ebbero con Alessandro il Grande, leggiamo espressioni di convinta approvazione:

... mi piace quel disprezzo del mondo, ... mi piace la solitudine, mi piace la libertà ... mi piacciono il silenzio, la tranquillità, la quiete, la meditazione; mi piacciono la probità e la sicurezza purché priva di arroganza; mi piacciono l'equanimità e l'imperturbabilità, la mancanza di paure o desideri; mi piacciono la vita nei boschi, la vicinanza di una fonte ... (II,11)

In conclusione dell'opera, Petrarca ci offre una sintesi di tutto il ragionamento, e spiega inoltre in quale modo una scelta amicizia sia ospite gradito nella solitudine dell'intellettuale.

Per tirare le somme dunque, nella vita libera da incombenze io ammetto occupazioni, ma che siano stabili, non queste più mobili del vento; il loro obiettivo non deve essere la fatica, il profitto e il disonore, ma il diletto, la virtù e la gloria. Proclamo un riposo per il corpo non per lo spirito e non permetto che l'ingegno resti inoperoso, se non per elevarsi e diventare, grazie a quella sosta, più fecondo; come ai campi, infatti, così agli ingegni giova, di solito, un periodo di riposo. D'altra parte non solo ammetto nella solitudine, ma ricerco quelle nobili occupazioni delle quali non si potrebbero immaginare altre la cui compagnia sia più servizievole e gradita. Senza di loro la vita è infelice sia nelle città sia nei boschi. Ricerco inoltre libri di generi differenti che, per gli autori che li hanno scritti o per gli argomenti di cui trattano, siano nello stesso tempo compagni graditi e fedeli, pronti sia a uscire in pubblico sia a ritornare nello scrigno a un tuo cenno e sempre disposti a tacere o a parlare, a restare a casa o ad accompagnarti nei boschi, a fare lunghi viaggi e a vivere in campagna, a discorrere, a scherzare, a esortarti, a consolarti, ad ammonirti, a biasimarti, a darti consigli, a rivelarti i segreti delle cose e le imprese memorabili, a insegnarti le regole della vita e il disprezzo della morte, la moderazione nella buona sorte, la costanza nell'avversa, l'imperturbabilità e la fermezza nel comportamento: compagni dotti, lieti, utili e facondi, non sono mai motivo di noia, di spesa, di lamenti, di brontolii, d'invidia o d'inganno. E mentre ci arrecano tanti vantaggi non hanno bisogno di cibo né di bevanda e son contenti di una povera veste e di un cantuccio nella casa; essi stessi però offrono ai loro ospiti inestimabili ricchezze spirituali, vaste dimore, splendidi abiti, piacevoli banchetti e cibi prelibati. Nella solitudine accolgo anche gli amici, dolce stirpe di cui in precedenza abbiamo parlato a lungo, senza i quali, a mio avviso, la vita è mutilata, fiacca e quasi immersa nelle tenebre. Ogni volta che sul far della notte, come spesso accade, una mano amica bussa alla mia porta "e sia che sia venuto a trovarmi un ospite dopo tanto tempo, sia un gradito commensale in una giornata libera dal lavoro per la pioggia" 1 (mi sembra che Flacco abbia tratto questi versi dall'esperienza profonda di un amabile rapporto di familiarità e dal grembo stesso della natura), ogni volta dunque che succede qualcosa del genere anche a me, quando cioè arriva un ospite, ma dopo molto tempo, un gradito commensale, ma se sono libero dal lavoro (che non si pensi ch'io me la spassi tra frequenti banchetti e interruzioni del lavoro), allora mi pare di aver trovato non un altro, ma un me stesso che si è in qualche modo sdoppiato. Quelli che hanno un'anima sola non sono due in realtà; l'amore è capace di unire ciò che è duplice ... Se le cose stanno così, ne consegue che qualunque luogo possa contenere una sola persona può contenere anche due amici. Nessuna solitudine pertanto è così assoluta, nessuna casa così piccola, nessuna porta così sbarrata da non lasciare entrare un amico. (II,14)

1. Orazio, Sermones (Satire), II,2.

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